Parecchie idee le perdo ed è giusto così, un prezzo equo per i demoni del cammino. Qualcuna però forse vale la pena salvarla...
In *loading* per queste vie


Sono state un paio di settimane piuttosto affrettate, alle quali si è aggiunto anche un inatteso cambiamento di PC, così riesco a recensire Uomini che odiano le donne solo ora, pur avendolo visto giovedì scorso (8 giorni fa :) Film interessante e piuttosto inatteso anche lui, con un ritmo moderato eppure capace di costruire suspence, con una storia rivista - mi dicono, non avendo io ancora letto il libro - che però scorre e permette allo spettatore ignaro di godersi trama e intreccio. Ho l'impressione che nei registi svedesi si nasconda sempre un po' di Bergman (non me ne vogliano i puristi *lol*): qualche scena del rapporto tra Michael Nyqvist e Noomi Rapace ricorda i lunghi silenzi intensi, sul filo mai strappato della perdita di ritmo, del lontano maestro. Eppure c'è anche dell'altro: violenza, sadismo, pericolo affrontati senza veli artistici o forse meglio senza orpelli. Un po' come l'Herzog di qualche tempo fa. Nel complesso quindi una buona visione, un'escursione virtuale nelle lande svedesi che sembrano la resa spaziale dei famosi silenzi e una ricerca buffamente urgente - l'unica nota che ho sentito stonata: dopo 37 anni devi convocare uno il pomeriggio di Natale? Detto questo, tuttavia, aspetto con piacere di vedere la seconda puntata
Non è male, non è male. Anche se siamo nella terra di frontiera dove il cinema italiano è a rischio continuo di precipitare nei difetti e manierismi di cui mi sono lamentato spesso da queste pagine, La doppia ora riesce infine a eludere il pericolo e a chiudersi con un buon retrogusto. Ci sono però delle questioni in sospeso, questioni da narratore: il titolo, prima di tutto. L'ammiccamento, il ricorrere enigmatico del tempo simmetrico non sembra risolversi; neanche l'elaborata architettura della pellicola ne dà conto in modo soddisfacente, lasciandolo in ultima analisi come una trama smarrita, qualcosa che non torna. Come altre cose, ad esempio il suicidio iniziale in fondo gratuito e quella che ritengo una mancanza sostanziale nella trama che però, per non fare lo spoiler, tengo per me *lol* Nonostante questo, però, il film regge: Ksenia Rappoport e Filippo Timi, orgoglio perugino, sono bravi, convincenti; il regista, Giuseppe Capotondi, mi pare di capire al debutto nel lungometraggio, se la cava bene, senza i ritmi stenti che scambiamo spesso per pregio d'autore, con un realismo a tratti desolato in tono con la trama. Se poi aggiungiamo che si era in serata popolare a euro 2,50 cosa si può volere di più?
Post un po' in ritardo, ma tra una cosa e l'altra mi era passato di mente. E dire che non se lo merita
Cioè, non lo includerei tra i recenti capolavori, ma non per questo direi di evitarlo. Credo che la soluzione "serata casalinga e DVD" sia quella ideale per Basta che funzioni, un buon ritorno newyorchese di Woody Allen con raffiche di battute devastanti - e divertenti - pregiudizi smantellati e alta liquidità ambientale. Il protagonista, Boris Yelnikov - ben interpretato da Larry David anche se con qualche problema di doppiaggio, soprattutto nelle prime sequenze - è acido e misantropo come Marvin, il meraviglioso androide della Guida intergalattica per autostoppisti; incarna un caso perfetto di pessimismo antropologico (per il quale ha in effetti ottime ragioni...) e potrebbe ricordarmi la follia controllata di don Juan se non fosse anche incazzato, ipocondriaco, egocentrico, etc. Intorno a lui orbitano personaggi più da operetta che da commedia, comunque mossi da ottimo ritmo e buona recitazione. Tutti si lacerano, nessuno soffre troppo né è granché felice: si tira a campare. In attesa della fine, aggiungerei, perché manca ogni speranza residua, nonostante il fato dia poderosi segni della sua esistenza e a tratti Boris si rivolga al pubblico con modi teatrali che potrebbero aprire alla tragedia. Le lezioni del fato però sfuggono e non c'è gioia o cambiamento. Un universo anchilosato e stolto, molto simile a quello vero, dove però sorridono solo gli spettatori. Per poterne venir fuori dovrebbero sorridere, almeno a volte, anche i protagonisti...
Nicolas Cage, aka Terence McDonagh, ha quella che si chiama una condition: un mal di schiena feroce che si è procurato in un momento di altruismo e che i farmaci prescritti non sembrano in grado di curare a dovere. Urge quindi trovare un rimedio: cocaina, eroina, crac e varie altre sostanze aiutano, ma l'umore ne risente e il cattivo tenente tende a strafare, sbagliando i piedi da pestare... Tutto sembrerebbe tranne che un film di Herzog, frase che chi ricorda il cinema d'autore anni '70 dovrebbe capire al volo. Eppure lo è, in pieno. Il vecchio maestro, dopo qualche anno, torna dietro alla macchina da presa e fa un miracolo: sposa l'atmosfera, i colori, l'onirismo della sua grande stagione a - udite, udite! - una TRAMA! Roba da matti, un poliziesco che fila via tra prostitute, droga, magnaccia di colore e figli di papà, con il protagonista in stato di grazia (anche se a tratti sembra un incrocio tra Battiato e Baudo *lol*) che dà fuori di matto e passa da una situazione surreale all'altra, accompagnato da iguane, alligatori e pesci che non si sa se sognino... Il finale è stupefacente, parola
ma anche il resto è di gran classe. Una hola per Eva Mendes, sempre splendida e soprattutto intatta, con il suo seno, i suoi zigomi e la sua espressione conturbante di sempre, mentre invece si impone una pavana per Val Kilmer, uno dei miei attori preferiti che però non sta invecchiando affatto bene e in questo film si accontenta di una particina trasparente. Mi dispiace, devo dire *sigh* Decisamente una bella esperienza, comunque, e una botta di nostalgia per le mille serate di tanti anni fa a caccia di film improbabili in sale appena più ampie di un ascensore. Non so quanto sia evidente per uno spettatore che non ha fatto pratica con Fassbinder, Herzog e il primo Wenders, tanto per restare in Germania, ma era un cinema di un'altra qualità, non necessariamente migliore, ma diversa e peculiare. E qui riemerge: gli esterni hanno una trama particolare, un'aria non patinata che è un vero toccasana e la realtà tende a sbriciolarsi. Sarà il cocktail infernale che si agita in corpo a McDonagh, sarà il fatto che Herzog alla realtà non ci ha mai creduto granché, in questo film accadono cose che lasciano di stucco, come anime malvage che non si danno per vinte e continuano a danzare. Non si può non ammirare un uomo che a quasi settant'anni sa ancora sognare così! E i pesci chissà...

P.S. NON è un remake del film del 1992 con Harvey Keitel, è solo un caso di omonimia
Detta un po' alla Palomba, un film orale su quant'è meglio non contrariare le vecchie streghe
Decisamente un buon ritorno, questo di Sam Raimi che si separa da quel carciofo dello Spiderman di cellulosa - quello di carta l'ho adorato e l'adoro tuttora - per una sana immersione piuttosto splatter nell'horror. E lo fa bene! A tratti sul filo del rivoltante, Drag Me to Hell è ricco di sottotesti e citazioni, molto ben girato e irto di colpi di scena. Difficile ad esempio sarà stanotte non vedere dappertutto la vecchia megera *sigh* Per non parlare del contributo fondamentale della colonna sonora, onde si impone una fruizione in sala grande o con impianto stereo ultraperformante. Tra i tanti livelli - al di là del sano divertimento da "firm de paura" - la questione sociale, visto che tutto nasce dal rifiuto della giovane Alison Lohman di concedere la proroga di un mutuo a un'anziana signora, che a vederla bene sarebbe stato opportuno accontentarla in tutto e per tutto. Rifiuto motivato da ragioni di carriera contro l'impulso caritatevole provato in un primo momento. D'altronde è in ballo il posto da vicedirettore... Certo, se tutti i broker e quadri bancari coinvolti nelle questioni mutui venissero puniti così le azioni dell'umanità sarebbero in netto rialzo *lol* La giovane in questione, tra l'altro, fa la ex-grassa, molto ex, visto che il regista arpeggia ogni tanto, con discrezione magistrale, sul registro erotico: la scena al cimitero e quella finale forniscono due ottimi esempi di svelature di un certo interesse, dosate con sapienza come una spezia rara. E poi, un cimitero sotto la pioggia... Come non sogghignare tra sé e sé "poteva andare peggio, poteva mettersi a piovere..." Ci sarebbe da accennare alla polemica con la cultura razionalistica del periodo, affidata a un gustoso siparietto psicanalitico, ma insomma credo sia sufficiente a titillare qualche curiosità. Buona visione 
I viandanti più affezionati sanno che 007 è una delle mie ridondanze preferite
Il più recente della serie, però, me l'ero perso per i soliti motivi di tempo, occasione, coincidenze assortite etc. Fortunatamente ieri sera il Dorax D'essai ne ha organizzato una visione privata e così non ho neanche dovuto rimpiangere il maxischermo. Certo, il buon Daniel Craig in quanto a ridondanza non aiuta, perché il suo Bond è estremamente atipico, al netto dei tempi come già notavo per la prima puntata di questa nuova serie dall'agente biondo. Sebbene gli elementi tradizionali ci siano più o meno tutti, è lo stile che cambia: violento, spigoloso al limite della totale assenza di sorriso e quasi di espressività, stavolta la faccenda è complicata da strane intrusioni psicologico-sentimentali che anch'esse segnano un primum: un personaggio che di solito conclude le sue avventure a letto con la girl di turno e comincia le successive libero come l'aria flirtando con Moneypenny, stavolta si rode e arrovella per il tradimento e la morte di quello schianto della donna scorsa... Non che gli si possa dare torto, ma non è molto da lui! Addirittura la fine non è tra le braccia della peraltro notevole Olga Kurylenko, abbandonata senza troppi complimenti in una desertica stazione ferroviaria boliviana, ma in Kazakhstan sulla pista della vendetta. Uniamo al cocktail i soliti inseguimenti - magnifico il parcours sui tetti di Siena - e qualche problema nella scrittura dei rapporti con M, che fa la figura della schizofrenica, e otteniamo un episodio comunque piacevole, che lascia per di più una certa curiosità sui futuri sviluppi della saga.

Ho la sensazione che stavolta non ci sarà una seconda stagione e a essere sinceri mi dispiace: il fatto che mi sia sparato le ultime quattro puntate tutte di fila qualcosa vorrà pure dire! Una serie molto, molto interessante, con una ricca serie di addentellati: il detective Sam Tyler viene investito nel 2008 e si sveglia nel 1973, con lo stesso grado e nel suo stesso commissariato. Solo che non è più il capo, ma dipende da un celebre figlio di... che altri non è che Harvey Keitel
Tanto perché il mondo dei serial non ha più nulla da invidiare al cinema. Una serie, per di più, in formidabile debito con cinema e musica, a partire dal titolo. Quando Sam deve mentire, usa regolarmente citazioni più o meno dotte dal cinema, come quando racconta alla madre di chiamarsi Luke Skywalker e gli ultimi episodi sono tutti giocati sull'affiorare in lui della sua parte oscura, mentre la musica, ah la musica è ovunque! Una colonna sonora da sballo, titoli di episodi presi di peso da hit del periodo, David Bowie che risuona da ogni altoparlante e anche qui citazioni, giochi di prestigio linguistici, battutacce. Poteva mancare il maggiore Tom in una serie così? Credo proprio che mi mancherà e mi trovo a un bivio: se la lasciano così, col finale - che ovviamente non rivelo - avranno tutto il mio rispetto, in questo stupido tempo di sequel e idee sfruttate oltre il limite del decente. Se invece riterranno di lasciarsi tentare, beh... una volta tanto cercherò di non stranirmi 
In segno di rispetto e riconoscenza una breve rassegna dei personaggi e interpreti: oltre a Harvey Keitel abbiamo il protagonista (Sam Tyler) Jason O'Mara, per niente irlandese; i suoi colleghi, Michael Imperioli e Jonathan Murphy, e la bella atipica Gretchen Mol, intelligente, per niente sexy o velina, ma molto, molto bella e stuzzicante. Direi che è tutto.
"Cos'è questo rumore?"
"E' la voce del vento!"
"E cosa dice?"
"Non lo so, non lo parlo il ventoso."
Secondo me si commenta da sé
un vero spasso, con i vecchi personaggi e un'aggiunta a metà tra Indiana Jones e il capitano Akab, il furetto Buck, che la fa da padrone per buona parte del film. Forte influsso del videogame, nel montaggio di una serie di inseguimenti più o meno pericolosi - notevolissimo quello di Syd e delle uova *lol*- ottimo doppiaggio come sempre, in una serie che mantiene un alto livello di creatività, umorismo e perizia compositiva. Un po' di spazio in più viene dato alla saga del simpatico animaletto Scrat, apripista della serie, e della sua ghianda, che stavolta si tinge di rosa con esiti spassosissimi per lasciarci poi in sospeso... per il quarto episodio, suppongo, che mi vedrà affezionato dalle parti della prima!
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