Parecchie idee le perdo ed è giusto così, un prezzo equo per i demoni del cammino. Qualcuna però forse vale la pena salvarla...
Ad Maiora - Mauro Lupi
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Con un giorno di anticipo abbiamo festeggiato il Natale di Roma
2761 anni fa, dice la leggenda, Romolo tracciò il fatidico solco e cominciò l'avventura. Oggi al Circo Massimo si sono date appuntamento legioni da tutta Europa per gli auguri e devo dire che, a parte il fatto che è stato veramente uno spettacolo, l'idea che tanta gente sia disposta a sobbarcarsi viaggio, attesa, fatica solo per rivivere immaginalmente il mito di questa città mi ha commosso. Hai un bell'essere cosmopolita, quando la Fortuna
ha voluto che nascessi qui è difficile non farci caso, non esserne orgogliosi
E così, complice la venuta del buon Iak - si, nella foto di chiusura è proprio lui - siamo andati a goderci la sfilata. Mi ricordava, in bello, Bisanzio di Guccini: "Sentivo bestemmiare in alamanno e in goto". Ordini di marcia dati in latino, in romanesco, in spagnolo, tedesco, croato e chissà cos'altro in un affresco di colori, suoni, dettagli del tutto inatteso, immediatamente capace di esprimere la spinta a stare insieme di cui il mito è capace, oltre qualunque appartenenza normale. E la ricostruzione attenta delle armi, delle vesti, fino a oggetti di cui avevo solo sentito parlare, come i bastoni porta equipaggiamento sfoggiati (con sofferenza ;) dalla Legio XII Fulminata o gli stendardi e le hastae cariche di gloria dei diversi contingenti. Insomma, una gran bella mattinata, arricchita da una passeggiata per una mostra di Legambiente, dove abbiamo incontrato un turista inglese che ci ha chiesto, con gli occhi tondi: "Ma non è un giorno normale, vero? Non succede sempre che ci siano le legioni che sfilano?" Era sinceramente preoccupato - o ammirato, non si capiva bene - alla prospettiva
Quando gli ho spiegato che era un'occasione particolare e che più in là c'era un intero corteo è schizzato via ringraziando per non perdersi almeno una parte della sfilata! Prima probabilmente pensava, alla Obelix: "Sono Pazzi Questi Romani!"
Per quanto si sia teoricamente in ferie, le attività - magari non proprio lavorative
- fervono! Ho quindi il piacere di annunciare, a quanti (?) possano esserne interessati, lo sbarco delle mie foto su Flickr, per essere precisi all'indirizzo www.flickr.com/photos/fda_63. Per il momento c'è una buona parte della recente girata in Scozia, organizzata in modo 2.0 lungo il percorso fotografato via satellite, ma dovrebbero anche arrivare, più prima che poi, le recentissime foto della Corsica e quelle meno recenti delle Dolomiti dell'anno scorso. Inutile dire che siete tutti i benvenuti 
Benvenuti alla Contea o comunque in uno dei luoghi del mondo a me noto che le somigliano di più
Chiudo i post prevacanzieri iniziando a intaccare la scorta di foto scozzesi, profittando anche del fatto che ho da poco cominciato ad ascoltare in macchina l'audiobook del Lord of the Rings e mi sento quindi particolarmente coinvolto nell'atmosfera. Per una volta ho anche messo le foto in forma di desktop per chi volesse godersi un po' della cupa bellezza delle Highlands. Qui accanto siamo nelle terre dei Macleod, al castello di Dunvegan, ma potremmo essere in uno qualunque dei farthings degli hobbit. I panorami, ad ogni modo, cambiano velocemente. Basta girare un angolo e le prospettive si fanno assai più drammatiche, com'è abbastanza evidente qui sotto, qualche metro più in là dell'incantevole cottage in pietra.

Il tempo, come ci ricordava con leggero sadismo la radio, era piuttosto cloudy, e anche gusty, che per chi non lo sapesse vorrebbe dire con raffiche di vento. Il fatto che l'espressione fosse a bit gusty faceva pensare a qualche lieve sbuffo, non a muri d'aria a 12 gradi che tendevano a investirti nei momenti meno opportuni
Anyway, ne valeva la pena! Anni che non mi sentivo tanto on the road, efficacemente dimentico di impegni e seccature, semplicemente in
viaggio, in mezzo a più di trenta tipi di pioggia e quaranta di whisky, tra i quali abbiamo scelto - per questa volta - il più venduto in Scozia, alla faccia di single malt più o meno esoterici e altre balle del genere. Abbiamo totalizzato tre ore di sole su quattro giorni, ma - come dice una mia cara amica - in Scozia la pioggia ci sta bene, col sole non sembra neanche lei, tant'è vero che come l'astro si affaccia i locali cominciano a sbuffare e a maledire le midgees, simpatiche bestiole a mezzo tra un piranha e un pappatacio, che compaiono dal nulla appena cala il vento e il cielo si apre. E' quindi il caso di farci il callo, o almeno di imparare a non farci troppo caso, alla pioggia dico. Cosa che ti permette di apprezzare panorami come quello che ci si apriva davanti all'ultimo B&B.

Le Ebridi fanno tanto Avalon, com'è probabilmente più chiaro dalla foto che chiude il post, e il gioco delle nuvole è da solo uno spettacolo che non sa annoiare... Beh, su questi bei ricordi saluto i fedeli vagabondi e quelli occasionali e rimando tutti al ritorno dalla Corsica, con altre foto, altre storie, altre rotte 
Ieri è stata proprio una di quelle giornate che uno può dire o "Acc, che fico!" o "Ma chi diavolo me lo fa fare?!?" Come al solito troppe cose si ammucchiano in determinati distretti spazio-temporali e devi decidere: se dargliela vinta o indulgere a un presenteismo forsennato 
Ore 15,00
Per la semplice ragione che non era possibile non andare, sono tra i primi ad arrivare a Piazza Navona - tra l'altro ieri era giornata di piazze - dove constato che non siamo poi in molti ad essere
dell'opinione appena espressa... Sono stupito dagli scherzi della sorte e della storia e, non per la prima volta, non particolarmente entusiasta di trovarmi a vivere questa particolare congiuntura. L'analisi la lascio a Eugenio Scalfari, tra i pochi dei quali mi sento fiero di essere concittadino. Ascolto e applaudo Boselli e Pecoraro Scanio, poi - sulle note di Greg & the Blues Willies - lascio l'allegra combriccola e salto sul mio ruggente cavallo d'acciaio.
Ore 17,00
Smonto all'Auditorium - oltre alle piazze c'è il Festival della Filosofia e voglio almeno farci tana. Al BArt c'è un incontro su Second Life, ambiente virtuale che ultimamente mi dà parecchio da riflettere. Riesco a sentire il primo round dei relatori, coordina Carlo Formenti, parlano Pietro Montani, docente di estetica, e Mario Gerosa, autore di Second Life, per Meltemi. Mi conforta sentire il chairman dichiararsi deluso dalla qualità scadente di SL, perlomeno a confronto con le sue/mie aspettative nate dal cyberpunk di Gibson
Tutto piuttosto interessante, l'idea centrale dal mio punto di vista è che si tratta del coronamento delle strategie strumentali nel Web, volte a intercettare e sfruttare il bisogno di rapporti primari online a fini commerciali. Riparto alle 17,45.
Ore 19,00
Sono a Narni. Stasera c'è il corteo storico e sono ospite grato di una tavolata di miei studenti
nella loggia nobiliare che incombe sulla
piazza centrale del paese. Al di là dell'estetica della situazione - cena ottima, conversazione all'altezza - vedere il corteo mi riporta alla mente le pagine di Martin appena rilette: i dettagli carichi di significato degli abiti e degli ornamenti, l'indubbio orgoglio che si vede in molti dei partecipanti, una certa nostalgia fantasy per tempi in cui appartenere era più facile e soddisfacente, una certa angoscia al pensiero della potenza contemporanea di questo bisogno di appartenenza, che assume tinte ancor più fosche ripensando alle piazze del pomeriggio... Se chiudo gli occhi mi sento un po' Thomas Covenant, che non crede a quanto ha appena visto, ma desidera anche troppo che sia vero; un po' cronachista del grande torneo in onore della nuova Mano del Re,
Eddard Stark; un po' stanco *grin* Mai come i partecipanti all'evento, che si fanno tutta Narni avanti e indietro per più di tre ore, ma diciamo che la giornata è stata di quelle intense.
Ore 2,00
Toh, casa, un bentornato felino, un letto... Fine delle trasmissioni.
Volevo iniziare con un PS al post di ieri su Johnny Cash. Ho dimenticato di riconoscere i grandi pregi della recitazione di Joaquin Phoenix e Reese Witherspoon e soprattutto di esclamare: "Ma ve lo immaginate andare a una serata dove suonano Elvis, Jerry Lee Lewis, Roy Orbison e Johnny Cash, tutti insieme!?!?!"
Dopodiché passiamo alla mattinata odierna, passata al riparo dai
temporali al Vittoriano, alla mostra di Chagall. Mostra che lascia un buon sapore in bocca e una luce splendida negli occhi. Più passa il tempo e più mi è chiaro perché adoro Chagall - e stavolta il video di Moni Ovadia mi ha aiutato parecchio a mettere a fuoco la questione, come anche delle frasi dell'autobiografia: perché ritiene che gli altri - e parliamo delle mitiche avanguardie parigine, non dei
contemporanei! - siano troppo intellettuali, che la pittura e l'arte abbiano un loro vocabolario fatto di immagini e colori... Chagall è un pittore veramente immaginale, senza psicologizzare o simbolizzare! È il pittore delle linee curve che svaporano nella luce, dei colori che debordano, dei mazzi di fiori come fuochi d'artificio, dell'innocenza e del dolore. E la mostra restituisce questa dimensione con fedeltà un po' disordinata, quasi a replicare l'affollarsi dei tetti di Vitebsk o dei personaggi circensi variamente piroettanti. Non solo. La purezza azzurra di Chagall si squarcia al rosso della guerra e dell'Olocausto e del lutto - anni orribili per un povero violinista russo - e crea lo strappo metafisico della Caduta dell'Angelo, una delle tele più potenti che abbia mai visto, che mi ha fatto tornare alla mente le oscene maschere di Mafai, attingendo però a un vertice di evidenza e rivelazione quasi sovrumano.

Abbiamo fatto il ponte, non so più quant'era che non si partiva in periodi canonici, non mi ricordavo neanche più perché avevamo evitato... ADESSO MI E' TORNATO IN MENTE
Siamo andati a 
Mica lo so se ricapita! Certo ci si è messo anche un po' di tutto, dal capostazione frettoloso all'aliscafo con mezz'ora di ritardo solo all'andata (9 ore di viaggio totale, facevo prima a nuoto!) E poi la pioggia, nervi a fior di pelle da parte di alcuni, eccesso di radical-chic da parte di altri. Forse un'altra opportunità bisognerà anche dargliela, all'isola! Però, però, però... Lunedì 30 non ha smesso di piovere un attimo, con buona pace della piscina, del bagno turco e del guardaroba che aveva trovato posto nella valigia, ma abbiamo giocato, oh se abbiamo giocato
Una partita da 8 ore di Arkham Horror, investigatori annichiliti e in stato confusionale, come è solo normale quando ci si confronta con l'orrore di Cthulhu per così tanto tempo. Ma alla fine il malvagio Ithaqua è stato sconfitto (forse barando un minimo, ma cosa non si farebbe per salvare l'umanità*wink*) e il giorno dopo il viaggio di ritorno è andato liscio come l'olio (bontà sua
). Abbiamo perfino giocato a Ivanhoe sul traghetto...
E' qualche giorno che provo particolarmente forte la sensazione di "atmosfera" comune, quella che Maffesoli chiama ambiance. L'altro ieri ero a un convegno - ho anche parlato
- e i temi e le variazioni tornavano, accoglienti, comuni... Non mi è successo spesso di provare così chiaramente l'appartenenza a qualcosa, pur con tutti i distinguo che potrei facilmente snocciolare. Ieri notte, invece,
su Radio Capital passavano le canzoni richieste dagli ascoltatori. E anche lì la netta impressione di quel vecchio adagio turistico mediterraneo, "Una faccia una razza": prima Life on Mars del Duca Bianco qui sopra, poi The Dave Matthews Band con The Space Between e a chiudere Up on the Catwalk dei Simple Minds e l'ascoltatore diceva che l'aveva scelta perché gli ricordava la sua adolescenza. Anche allo speaker della radio. Anche a me. Allora ho pensato di parlarne, di questa strana memoria acustica che ti si riversa addosso senza preavviso - altro che la madeleine di Proust! - e ti scaraventa indietro di anni, di decenni posso ormai dire con un mezzo sorriso, in attimi di vita che si rivelano così eterni, con lo stesso dolore o gioia dentro e i profumi e l'aria dell'ora, sera in pieno giorno o un crepuscolo di vent'anni fa nel mezzo della notte e il sapore delle lacrime... Una canzone che mi fa proprio quest'effetto è These foolish Things, che volevo inanellare qui sul blog da un po' e che mi pare proprio sia giunta l'ora
Canta Brian Ferry.


Ieri mattina leggevo L'espresso - che novità, direte! - e c'era un bell'articolo sulla nuova opera di Villari sul Risorgimento. Che tra l'altro mi capita a fagiolo per tutta una serie di necessità di studio. Che tra l'altro parlava degli entusiasti romantici e della commozione planetaria suscitata dalla rivoluzione greca degli anni Venti dell'Ottocento, tanto da portare fior di giovani a morire in quel dell'Egeo. Viene bene anche perché si discute, ultimamente, della disponibilità dei contemporanei - me compreso, per carità! - a dare la vita per un ideale, un qualche motivo fulgido che valga la pena...
Shelley, tra gli altri, Santorre di Santarosa (me lo ricordo dall'album delle figurine di quand'ero piccolo, incredibile!). E Shelley è sepolto a Roma, insieme a Keats. E Keats è uno dei miei poeti preferiti.
Ora, non ricordo se già lo sapevo e i miei processi mentali, con i quali di tanto in tanto sono in stridente disaccordo, abbiano deciso di fare a meno dell'informazione oppure se non l'ho mai saputo, ma a Roma c'è quello che chiamano "il cimitero degli artisti e dei poeti", all'ombra della piramide Cestia, dove sono anche le ceneri di Gramsci - sì, proprio quelle della poesia di Pasolini. Fatto sta che ho deciso di non perdere altro tempo e sono andato in visita. E credo di aver trovato il posto adatto dove lasciar riposare le mie, di ceneri. La cosa è che dovrei cercare di diventare eminente prima di averne bisogno, per poter sperare di guadagnarmi un fazzoletto di prato accanto al giovane poeta inglese il cui nome era scritto sull'acqua. Altrimenti ci sono sempre i viali incredibilmente ricchi di verde e d'amore dove uomini e donne di tutto il mondo sono venuti a chiudere la loro stagione a Roma. Una stagione non cattolica, con croci greche e russe, sculture e piccole lapidi strette dall'edera. Un bel posto, dove ti torna in mente l'Ode a un usignolo di Keats...
My heart aches, and a drowsy numbness pains
My sense, as though of hemlock I had drunk,
Or emptied some dull opiate to the drains
One minute past, and Lethe-wards had sunk:
'Tis not through envy of thy happy lot,
But being too happy in thine happiness,--
That thou, light-winged Dryad of the trees
In some melodious plot
Of beechen green, and shadows numberless,
Singest of summer in full-throated ease.
O, for a draught of vintage! that hath been
Cool'd a long age in the deep-delved earth,
Tasting of Flora and the country green,
Dance, and Provençal song, and sunburnt mirth!
O for a beaker full of the warm South,
Full of the true, the blushful Hippocrene,
With beaded bubbles winking at the brim,
And purple-stained mouth;
That I might drink, and leave the world unseen,
And with thee fade away into the forest dim:
Fade far away, dissolve, and quite forget
What thou among the leaves hast never known,
The weariness, the fever, and the fret
Here, where men sit and hear each other groan;
Where palsy shakes a few, sad, last gray hairs,
Where youth grows pale, and spectre-thin, and dies;
Where but to think is to be full of sorrow
And leaden-eyed despairs,
Where Beauty cannot keep her lustrous eyes,
Or new Love pine at them beyond to-morrow.
Away! away! for I will fly to thee,
Not charioted by Bacchus and his pards,
But on the viewless wings of Poesy,
Though the dull brain perplexes and retards:
Already with thee! tender is the night,
And haply the Queen-Moon is on her throne,
Cluster'd around by all her starry Fays;
But here there is no light,
Save what from heaven is with the breezes blown
Through verdurous glooms and winding mossy ways.
I cannot see what flowers are at my feet,
Nor what soft incense hangs upon the boughs,
But, in embalmed darkness, guess each sweet
Wherewith the seasonable month endows
The grass, the thicket, and the fruit-tree wild;
White hawthorn, and the pastoral eglantine;
Fast fading violets cover'd up in leaves;
And mid-May's eldest child,
The coming musk-rose, full of dewy wine,
The murmurous haunt of flies on summer eves.
Darkling I listen; and, for many a time
I have been half in love with easeful Death,
Call'd him soft names in many a mused rhyme,
To take into the air my quiet breath;
Now more than ever seems it rich to die,
To cease upon the midnight with no pain,
While thou art pouring forth thy soul abroad
In such an ecstasy!
Still wouldst thou sing, and I have ears in vain--
To thy high requiem become a sod.
Thou wast not born for death, immortal Bird!
No hungry generations tread thee down;
The voice I hear this passing night was heard
In ancient days by emperor and clown:
Perhaps the self-same song that found a path
Through the sad heart of Ruth, when, sick for home,
She stood in tears amid the alien corn;
The same that oft-times hath
Charm'd magic casements, opening on the foam
Of perilous seas, in faery lands forlorn.
Forlorn! the very word is like a bell
To toll me back from thee to my sole self!
Adieu! the fancy cannot cheat so well
As she is fam'd to do, deceiving elf.
Adieu! adieu! thy plaintive anthem fades
Past the near meadows, over the still stream,
Up the hill-side; and now 'tis buried deep
In the next valley-glades:
Was it a vision, or a waking dream?
Fled is that music:--Do I wake or sleep?
Che un'artista contemporanea possa piazzare la sua Alfa Veloce del 1975 nei sotterranei di palazzo Farnese, coi fari accesi in faccia a chi scende le scale, e dire che è un'opera d'arte rientra fra quelle cose che mi vanno giù a stento, come anche gli impreziosimenti verbali di chi vuole trovare un senso alto in un cubo di plexiglass con dentro una scritta al neon. Ottima occasione, comunque, per visitare il palazzo in questione, sede dell'ambasciata di Francia ed ex proprietà di una delle famiglie più nobili della capitale e per vedere alcune altre installazioni decisamente più valide - anche se il termine "arte" continua a sembrarmi una parolona. Per chi volesse saperne qualcosa di più sugli autori, rimando al sito di Luce di Pietra, il percorso artistico che rivisita i luoghi francesi di Roma nella creatività dei contemporanei (fino al 15 aprile): 100.000 lampadine ad allagare la sala del Cippo, coll'antico segno delle piene del Tevere, con minuscoli automi fatti di luce e pietra a trarne riflessi ipnotici; un faro portatile della Prima Guerra Mondiale, intento a segnalare chissà quali lidi ad antichi rostri che adornavano un tempo sarcofaghi, in una suggestiva atmosfera alla Myst, questo forse veramente poesia in forma di oggetti. E una cellula da contraerea a scovare corvi trafitti da frecce nel bel cortile rinascimentale. Serata interessante, col sospetto che l'arte, purtroppo, abbia migrato verso chissà quali lidi...
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