Parecchie idee le perdo ed è giusto così, un prezzo equo per i demoni del cammino. Qualcuna però forse vale la pena salvarla...
In *loading* per queste vie


P.S. Ieri sono stato un po' frettoloso a dare l'arrivederci, c'erano ancora un pomeriggio e una sera interi
Ho appena letto una recensione su L'espresso, dove si osservano le affinità tra la saga di Harry Potter e quella di James Bond, entrambe inglesi, entrambe derivate da... libri, pensa un po', quegli oggetti rettangolari più o meno spessi fatti di carta e inchiostro. E' quella che Umberto Eco, tempo addietro, chiamava ridondanza e che potremmo tradurre, in sociologhese, fascino della routine, della ripetizione, del ciclo. Prendendo al volo anche da Maffesoli, potremmo riconoscervi le strategie incoscienti di resistenza al tempo, anzi al Tempo - Kronos, Saturno, colui che è un gran maestro ma ha il vizio di uccidere i suoi allievi. Al di là di questo, però, scomoderei anche Weber, forse in negativo. Il grande tedesco non aveva mai letto quello che noi chiamiamo fantasy, anche se Wagner girava già da un po' e i romantici avevano saccheggiato rovine, fantasmi e storie buie. Lui però tendeva a vedere soltanto la "gabbia d'acciaio", l'oppressione delle regole e della razionalizzazione: non pensava che l'astuzia del sociale (e daje co' Maffesoli *grin*) avrebbe reagito all'inaridimento con mezzi inediti, orientando magnifiche creatività verso fatiche che avrebbero in qualche modo aiutato a sopravvivere al disincanto. Credo che il successo planetario del "maghetto" (e chi non sente quanto dello stigma razionalistico continui a echeggiare in questo apparentemente affettuoso nomignolo!) abbia molto a che fare con l'esasperazione verso tutto ciò che pretende di sapere tutto, scoprire tutto, abolire il mistero...
E la tecnologia fa la sua parte, con effetti speciali VERAMENTE splendidi: segnalo in particolare la scomparsa di Dumbledore (Silente non si può sentire
) e il combattimento finale, guarda caso proprio nell'ufficio Misteri. E anche le esercitazioni con l'incanto Patronus meritano. Buone vacanze 
Benvenuti alla Contea o comunque in uno dei luoghi del mondo a me noto che le somigliano di più
Chiudo i post prevacanzieri iniziando a intaccare la scorta di foto scozzesi, profittando anche del fatto che ho da poco cominciato ad ascoltare in macchina l'audiobook del Lord of the Rings e mi sento quindi particolarmente coinvolto nell'atmosfera. Per una volta ho anche messo le foto in forma di desktop per chi volesse godersi un po' della cupa bellezza delle Highlands. Qui accanto siamo nelle terre dei Macleod, al castello di Dunvegan, ma potremmo essere in uno qualunque dei farthings degli hobbit. I panorami, ad ogni modo, cambiano velocemente. Basta girare un angolo e le prospettive si fanno assai più drammatiche, com'è abbastanza evidente qui sotto, qualche metro più in là dell'incantevole cottage in pietra.

Il tempo, come ci ricordava con leggero sadismo la radio, era piuttosto cloudy, e anche gusty, che per chi non lo sapesse vorrebbe dire con raffiche di vento. Il fatto che l'espressione fosse a bit gusty faceva pensare a qualche lieve sbuffo, non a muri d'aria a 12 gradi che tendevano a investirti nei momenti meno opportuni
Anyway, ne valeva la pena! Anni che non mi sentivo tanto on the road, efficacemente dimentico di impegni e seccature, semplicemente in
viaggio, in mezzo a più di trenta tipi di pioggia e quaranta di whisky, tra i quali abbiamo scelto - per questa volta - il più venduto in Scozia, alla faccia di single malt più o meno esoterici e altre balle del genere. Abbiamo totalizzato tre ore di sole su quattro giorni, ma - come dice una mia cara amica - in Scozia la pioggia ci sta bene, col sole non sembra neanche lei, tant'è vero che come l'astro si affaccia i locali cominciano a sbuffare e a maledire le midgees, simpatiche bestiole a mezzo tra un piranha e un pappatacio, che compaiono dal nulla appena cala il vento e il cielo si apre. E' quindi il caso di farci il callo, o almeno di imparare a non farci troppo caso, alla pioggia dico. Cosa che ti permette di apprezzare panorami come quello che ci si apriva davanti all'ultimo B&B.

Le Ebridi fanno tanto Avalon, com'è probabilmente più chiaro dalla foto che chiude il post, e il gioco delle nuvole è da solo uno spettacolo che non sa annoiare... Beh, su questi bei ricordi saluto i fedeli vagabondi e quelli occasionali e rimando tutti al ritorno dalla Corsica, con altre foto, altre storie, altre rotte 
Film complesso, giocato sull'eccellente recitazione di Gwineth Paltrow, ben supportata da Anthony Hopkins, Jake Gyllenhaal e Hope Davis. Adattamento di una pièce teatrale, si muove con ritmo alternato, ma senza mai perdere colpi, in un difficile equilibrio tra genio e follia, illusione e speranza. Cos'ha preso dal padre la figlia di un matematico geniale e pazzo? Solo il talento o anche l'instabilità? La tensione, anch'essa folle, che nasce dall'idea che un matematico debba esprimere le sue idee migliori entro il 23esimo anno di età corre sotto ogni scena, l'aspettativa micidiale e il giudizio a priori fondato sul calendario. Strano per chi dovrebbe godere dell'invidiabile saggezza del sapere vero, si direbbe che neanche la matematica riesca a resistere allo schiacciasassi ansiogeno della nostra cultura... Regia di John Madden, lo stesso di Shakespeare in Love e, *sigh*, de Il mandolino del capitano Corelli
Una meraviglia! Non tanto la trama - che a essere sincero mi ha ricordato una soap-opera
- quanto l'insieme e la ricchezza assolutamente esagerata delle scene e dei costumi. A partire dall'inizio, col risveglio delle ancelle (saranno state un migliaio almeno) e il rituale della vestizione, è un passare da un quadro di opulenza e splendore all'altro, per non dir nulla degli abiti della famiglia imperiale e delle scene di massa, che più di massa non si sarebbe potuto. E intanto si affaccia alla mente una vocina insolente che richiama l'attenzione sull'anno in cui il film è ambientato, il 985 d.C., quando qui eravamo in stento recupero dal crollo di Roma e lo sfarzo non ricordavamo più cosa fosse. E in Cina i rituali erano già antichi e l'arte, la perfezione, di casa. Almeno a casa dell'imperatore! Uno Zhang Yimou superlativo, una Gong Li magnifica e un grande Chow Yun-Fat per un film che ti lascia letteralmente senza fiato: ci sono volute due ore perché tutto quel colore mi uscisse dagli occhi 
Come si dice, cose che capitano
Visto che i posti rimasti per Jarrett, De Johnette e Peacock erano troppo cari e ci sarei dovuto andare da solo, mi sono unito a un'altra iniziativa che mi ha portato al Frontone stile assegno in bianco. Il saldo è questo qui accanto, per il quale non riesco - in particolare dopo una notte di intervallo - a condividere l'entusiasmo di un'altra componente della comitiva. A parte la performance non male dei protagonisti, Giorgio Pasotti e Stefania Rocca, il resto pecca di un eccessivo buonismo e di una scontatezza che mi farebbe dire, col Palomba, "du' ore pe' rimettese 'nzieme" *grin* Nel complesso una piacevole serata estiva, ma la finirei lì, anche perché la temperatura della notte perugina rendeva quella di Ravello tiepida e adatta al bagno di mezzanotte.
La descrizione di questo blog fa riferimento ai pensieri persi e ai pochi che si salvano. Stasera voglio salvare qualcosa di quello che ho pensato quando la bella sposa di ieri a Ravello mi ha chiesto di fare il discorso del brindisi
E la prima cosa che mi è venuta in mente è che se qualcuno mi avesse detto, quando ho conosciuto lo sposo, trent'anni fa, che mi sarei trovato a fare un discorso del brindisi in occasione del suo matrimonio probabilmente gli sarei scoppiato a ridere in faccia. Perché a quindici, venti, perfino trent'anni tendi a pensare che tu certe cose non le farai mai, che certe convenzioni non ti avranno mai, che è una consuetudine assurda... Meno che mai avrei pensato di parlare da marito con undici anni alle spalle: non proprio una passeggiata, ma ne valeva la pena, con alti e bassi per carità, ma dovrebbe essere diverso? E la cosa sulla quale richiamare l'attenzione dei convitati, senza sdraiarli con dotte osservazioni su Simmel (che peraltro potrei aggiungere a momenti, vediamo
) mi è apparsa chiara ed è lo stolto obbligo alla felicità che spesso ci avvelena la vita e ci impedisce di riconoscere quei momenti che veramente lo sono e da soli bastano a riscattare tutto il resto. Un resto costantemente in agguato. La nostra cultura ha fatto tante generalizzazioni: una delle più nocive è la trasformazione del Carpe diem in una prassi quotidiana. L'idea che ogni momento debba risplendere di luce propria, che ogni momento non al massimo sia tempo sprecato o peggio un'occasione perduta è il più efficace generatore di disillusione e disperazione che mi venga in mente. Laddove l'attimo di cui parlavano gli antichi era proprio quel raro istante perfetto che, per contrasto, illuminava la vita intera della sua luce e permetteva di sopportarla, con gioia perfino. Era l'infrazione del sacro, l'epifania del mistero, la chiave dell'incanto. Che abbiamo in larga misura smarrito. Mi sembrava perciò il caso di richiamare l'attenzione, anche degli sposi, su quell'attimo fuggente che per loro sarebbe stato unico e irripetibile, il paradosso della vera originalità nella ripetizione. Il fatto, come Simmel aveva intuito, che ogni cosa, per il semplice fatto che accade a noi, in un preciso momento della nostra vita e in una precisa configurazione del nostro essere è unica. Non importa quanti altri l'abbiano già fatta, come e per quale ragione. Il vero crimine è cercare di essere come altri, come il VIP di turno o quelli che si invidiano o che si immagina stiano meglio di noi. La cosa più difficile è (ri)scoprire la felicità accanto a qualcuno dopo anni o in qualcosa che tutti hanno già fatto, ma che ripetiamo per libera scelta, con un'adesione e al contempo una leggerezza che la rigenerano e la rendono allo splendore pristino.
Sono stato molto meno palloso, al brindisi, e non ho neanche letto la poesia che mi ero portato, ma che trascrivo qui, di uno dei più grandi poeti che abbia avuto il piacere di leggere e che, devo dire, a tratti invidio: Pablo Neruda. Si chiama Ode al giorno felice.
Questa volta lasciate che sia felice,
non è successo nulla a nessuno,
non sono da nessuna parte,
succede solo che sono felice
fino all’ultimo profondo angolino del cuore.
Camminando, dormendo o scrivendo,
che posso farci, sono felice.
Sono più sterminato dell’erba nelle praterie,
sento la pelle come un albero raggrinzito,
e l’acqua sotto, gli uccelli in cima,
il mare come un anello intorno alla mia vita,
fatta di pane e pietra la terra
l’aria canta come una chitarra.
Tu al mio fianco sulla sabbia, sei sabbia,
tu canti e sei canto.
Il mondo è oggi la mia anima
canto e sabbia, il mondo oggi è la tua bocca,
lasciatemi sulla tua bocca e sulla sabbia
essere felice,
essere felice perché sì,
perché respiro e perché respiri,
essere felice perché tocco il tuo ginocchio
ed è come se toccassi la pelle azzurra del cielo
e la sua freschezza.
Oggi lasciate che sia felice, io e basta,
con o senza tutti, essere felice con l’erba
e la sabbia essere felice con l’aria e la terra,
essere felice con te, con la tua bocca,
essere felice.
Reduce da un matrimonio in veste di testimone a Ravello - più bel posto del mondo per acclamazione del resto del mondo! - mi rendo perfettamente conto che dovrei mettere le mani a un po' di foto (tipo quelle della Scozia, magari :o), ma sono anche ben conscio del fatto che proprio non ce la faccio. Libido zero meno e fantasia ai negativi. Così, per acquietare in parte i sensi di colpa, ho pensato di spendere due parole per un cantante che mi accompagna da tempo nell'erranza automobilistica e se le merita tutte. Trattasi di Rob Thomas, ora solista, più noto però come voce e scrittura dei Matchbox 20. Uno dei pochi con uno stile ben definito e riconoscibile, in questo tempo di cloni e copiature senza vergogna, mi piace molto per il ritmo dei testi. Vi propongo Rest stop, dall'album qui accanto Mad Season.
Just three miles from the rest stop
And she slams on the breaks
She said I tried to be but I'm not
And could you please collect your things
I don't wanna be cold
I don't wanna be cruel
But I gotta find more
Than what's happening with you
If you'd - open up the door
She said - while you were sleeping
I was listening to the radio
And wondering what you're dreaming when
It came to mind that I didn't care
So I thought - hell if it's over
I had better end it quick
Or I could lose my nerve
Are you listening - can you hear me
Have you forgotten
Just three miles from the rest stop
And my mouth's too dry to rage
The light was shining from the radio
I could barely see her face
But she knew all the words that I never had said
She knew the crumpled-up promise of this
Broken down man - and as I opened up the door
She said - while you were sleeping 
I was listening to the radio
And wondering what you're dreaming when
It came to mind that I didn't care
So I thought - hell if it's over
I had better end it quick
Or I could lose my nerve
Are you listening - can you hear me
Have you forgotten
She said - while you were sleeping
I was listening to the radio
And wondering what you're dreaming when
It came to mind that I didn't care
So I thought - hell if it's over
I had better end it quick
Or I could lose my nerve
Are you listening - can you hear me
Struttura/azione. Coppia apparentemente piuttosto arida per descrivere uno dei film che più mi hanno emozionato di recente. Ottimamente recitato dalla coppia Daniel Auteuil-Gérard Depardieu, è un noir atipico, che forse più di molte altre cose viste e lette serve ad affrancare il genere dall'essere soltanto un "genere". Storia di poliziotti, di superamenti del limite, di rivalità, sale a un'universalità rappresentativa che sfiora la tragedia con acre ironia. Un'altra coppia che bene potrebbe attagliarvisi è quella di Giustizia/giustizia, con echi di Kafka e Gogol nelle oscene figure degli uomini d'apparato, per sempre attenti agli equilibri della burocrazia, per sempre al margine della vita. Mi ha riportato alla mente quei processi di eigendynamik di cui parlava anni fa Birgitta Nedelmann, in cui la logica seguita dalle forme non ha più alcun contatto con le esigenze che le hanno generate, anzi - secondo la più classica legge di Murphy (quella da ridere, non quella della BBC
) - si oppone loro con rara efficacia. Ancora, un film contraddittoriale, col costante contrappunto tra lustri ambienti formali e bassifondi dove la vita si fa e si disfa in un momento, con lo scroscio di aspettative infrante e il sogghigno del Destino che muove le sue pedine con eleganza indifferente. E amicizie improbabili, onore nascosto dove non ce lo si aspetterebbe ed esseri infimi che assurgono ai più alti onori. Un lungo discorso sulla condizione umana, condito da sapienti colpi di scena e dall'arsenale in pieno spolvero del poliziesco di razza.
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